Una narrazione suggestiva e fuorviante attraversa i corridoi del Comune di Reggio Emilia, un lessico moderno fatto di parole d’ordine irrinunciabili: resilienza, depavimentazione, Urbano Naturale.
L’ultimo manifesto di questa visione promette che via Cisalpina e via Mazzacurati si trasformeranno in oasi urbane, microforeste nate per salvare la città da ondate di calore e piogge torrenziali.
Un racconto quasi bucolico, promosso, non a caso, con la consueta precisione comunicativa dall’assessorato alla sostenibilità.
Nessuno, con un briciolo di buon senso, negherebbe l’importanza di un albero in più o di un metro quadro di asfalto in meno.
La cura dell’ambiente è un valore universale, ma non viviamo in una favola.
Tutt’altro: il problema sorge quando la nobile causa ecologica affidata alla assessora paladina che offre la facciata buona di una giunta trasandata, si trasforma in una comoda lente d’ingrandimento per focalizzarsi sul particolare, lasciando volutamente sfocato il quadro generale.
La domanda che molti cittadini si pongono, osservando i rendering di queste nuove isole verdi, è semplice: è davvero urgente fare questo a Reggio Emilia?
Mentre l’Amministrazione si impegna a “ripensare lo spazio pubblico” attraverso la natura, ci sono aree che attendono risposte ben più prosaiche, concrete e stringenti.
Pensiamo alle periferie e alla zona della stazione ferroviaria centrale, quartieri in cui la vera resilienza richiesta non è quella contro il clima, ma quella quotidiana contro il degrado visibile, l’isolamento e la microcriminalità.
Per chi vive la cronica insicurezza di queste zone, l’annuncio di una microforesta rischia di suonare come una distrazione o una presa in giro.
Lo stesso vale per il centro storico, un tempo cuore pulsante di economia e socialità, oggi sospeso in una crisi d’identità che necessiterebbe di massicci shock strutturali, incentivi al commercio e piani di ripopolamento, piuttosto che di interventi di maquillage verde.
La transizione ecologica rischia così di scivolare verso una retorica falsamente rassicurante, un po’ come è accaduto lo scorso anno con la riduzione degli sfalci nelle rotatorie.
Un’estetica della sostenibilità che decora e dipinge di nuove macchie verdi la città senza risolverne le complessità sociali ed economiche.
Prima di perdersi nella “giungla” della propaganda dei micro-interventi, una comunità ha il dovere di stabilire una gerarchia dei bisogni.
Ben vengano le piante, dunque, magari non gli alberi di Giuda.
Ma un’amministrazione lungimirante dovrebbe ricordare che una città diventa davvero resiliente solo quando cura le sue ferite più profonde: la sicurezza dei quartieri, la vitalità del commercio e la coesione del tessuto sociale.
Senza queste fondamenta, anche il parco più verde rimane solo un inutile esercizio di stile.
Non da ultimo occorre fare i conti con il traffico stradale, sempre più intenso e mal regolato.
Siamo sicuri che gli alberelli di via Cisalpina non lo aggraveranno?
In sintesi, ma ne avevamo davvero bisogno?
Matteo Marchesini
Associazione Reggio Civica
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