Su Aq16 la giunta tira a campare: la Legge e il dirigente di settore indicano una strada, la giunta Massari, e in particolare l’assessore Prandi, ne inseguono un’altra.
E il conto, come sempre, rischia di pagarlo la città.
La vicenda del laboratorio sociale Aq16 è la fotografia di una giunta in evidente difficoltà.
Da una parte c’è un atto formale del Comune, firmato dal dirigente dell’Area Rigenerazione Urbana, arch. Illari, che avvia un procedimento espressamente finalizzato all’adozione di un’ordinanza di sgombero dell’immobile di via Fratelli Manfredi, occupato da oltre vent’anni senza contratto, senza convenzione, senza concessione, senza alcun titolo giuridico.
Dall’altra c’è un assessore che dopo la notizia della notifica del preavviso di avvio del procedimento di sgombero afferma pubblicamente e candidamente che “non esiste alcuna volontà di sgomberare”.
E accusa le opposizioni di strumentalizzare ogni cosa.
Ma caro assessore, è evidente che le due cose non possono stare insieme.
I richiami e le contestazioni puntualmente riportate nello stesso documento comunale sono assai chiari.
Prima di tutto Aq16 non risulta avere alcun titolo di possesso dell’immobile occupato, di proprietà del Comune.
Inoltre, un locale privo di certificato di prevenzione incendi, di agibilità, di dichiarazioni di conformità degli impianti, con vie di esodo bloccate e illuminazione di emergenza assente non può ospitare pubblici spettacoli.
Il quadro tecnico parla di impianti “fuori norma” e di un necessario “intervento radicale”.
Di fronte a questo, il dovere dell’ente pubblico proprietario è soltanto uno: liberare l’immobile e rientrarne nel pieno possesso.
La politica, invece, anziché assumersi la responsabilità di una decisione, sembra più impegnata a salvare una situazione che coinvolge una buona fetta del loro elettorato, vale a dire i frequentatori e organizzatori dei centri sociali.
C’è un secondo nodo che la giunta Massari evita accuratamente di affrontare in pubblico: quello economico.
Chi legge con attenzione il documento del dirigente vi trova una cifra che dovrebbe essere al centro del dibattito cittadino: oltre un milione di euro, precisamente 1.046.500 euro secondo la stima preliminare, IVA, spese tecniche e imprevisti compresi, solo per mettere a norma l’immobile.
Una stima, per di più, dichiaratamente suscettibile di aumento in fase di progettazione esecutiva e di gara.
Ma allora, se la strada scelta è davvero la “regolarizzazione” chi troverà queste risorse?
Con quali capitoli di bilancio, sottraendole a quali altre priorità, scuole, strade, manutenzioni, verrebbe finanziato l’adeguamento di un immobile occupato per ventitré anni senza titolo?
I cittadini reggiani hanno il diritto di saperlo prima, non a cose fatte.
E hanno soprattutto il diritto di non essere chiamati, ancora una volta, a pagare di tasca propria il costo di una chiara e sciagurata scelta politica.
Una giunta che non sa scegliere tra l’applicazione della legge e la tutela di un’esperienza sociale finisce inevitabilmente per scaricare il prezzo di quella esitazione sui cittadini.
Lo diciamo con chiarezza: ci auguriamo che il conto di questa vicenda non venga presentato ai reggiani.
Perché ciò non accada serve una cosa sola, che finora è mancata: una decisione, presa alla luce del sole, di cui qualcuno sappia assumersi la responsabilità.
Giovanni Tarquini
Capogruppo della Lista Civica per Reggio Emilia
Presidente dell’Associazione Reggio Civica
Carmine Migale
consigliere comunale della Lista Civica per Reggio Emilia
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