NON FAREMO UN PASSO INDIETRO sulle richieste, per noi inderogabili, che fin dalla prima condanna per stupro di gruppo comminata a Manolo Portanova abbiamo fatto alla Reggiana AC e alle istituzioni cittadine.
La nostra opinione e il nostro grido di rabbia per quel che è seguito alla seconda condanna in appello del calciatore sono espressi, crediamo in modo non equivocabile, nel comunicato stampa riportato per intero sotto.
Ringraziamo la Gazzetta di Reggio e gli altri giornali e media locali che hanno dato spazio, in tutto o in parte, al nostro e ad altri contributi di soggettività femministe e transfemministe presenti in città, prima fra tutte Nondasola, e il TG3 per il servizio a cura di Giulia Bondi trasmesso sul tg regionale sabato scorso.
La condanna in Corte d’Appello a Firenze a sei anni di reclusione, inflitta al calciatore della Reggiana Manolo Portanova per violenza sessuale di gruppo e lesioni, conferma l’esito del processo di primo grado.
Stessa pena, stessa chiarezza: due gradi di giudizio e quattro giudici, se si considerano i due processi paralleli che riguardano i diversi attori coinvolti nell’orribile vicenda, quasi tutti appartenenti alla famiglia Portanova, riconoscono la verità nelle parole di una giovane donna che ha avuto il coraggio di denunciare.
Cinque anni di vita segnati da un iter processuale snervante e da un sistema mediatico di impronta patriarcale che troppo spesso costringe chi sopravvive alla violenza a doverla dimostrare, ancora e ancora, davanti a giudici, telecamere, social, tifoserie.
Ma neppure una conferma tanto netta e con motivazioni così inequivocabili sembra sufficiente a determinare un cambio di marcia nel comportamento del club calcistico reggiano.
Perché nel frattempo Portanova ha continuato, e continua tuttora secondo le dichiarazioni ufficiali della Reggiana, a giocare regolarmente nella squadra: accolto, schierato, osannato, pagato, di recente premiato con la fascia di capitano.
Perché il mondo del calcio ha fatto e fa finta di niente.
Perché ogni partita in cui il giocatore è sceso in campo è stata un messaggio provocatorio nei confronti delle donne: il vostro corpo, la vostra vita valgono meno di una prestazione sportiva.
Portanova annuncia il ricorso in Cassazione, ultima istanza di giudizio, e dichiara in modo altisonante che continuerà a gridare la sua innocenza finché avrà voce.
Tra le tante dichiarazioni irricevibili del calciatore, ci ha colpito in modo particolare quella che allude al male che si sta facendo alla “ragazza” inducendola a “credere che questa cosa sia successa realmente”.
Parole che sono esse stesse violenza, ribaltano la realtà processuale e umiliano di nuovo chi ha già subito una mole inconcepibile di aggressioni e insulti.
Non ci interessa la carriera di chi stupra e grida all’ingiustizia che minaccia la realizzazione di un sogno coltivato fin da bambino; anzi, pretendiamo che gli stupratori rimangano fuori dai campi di calcio e non siano sostenuti e idolatrati da tifoserie di cui fanno parte giovani e adolescenti in formazione.
Ci interessa invece moltissimo che le donne siano credute, tutelate, risarcite.
Ci interessa che il privilegio – sportivo, mediatico, economico – non sia uno scudo impenetrabile contro la giustizia.
Siamo con lei, oggi come cinque anni fa, a chiedere con forza che la Reggiana compia un gesto di dignità nei confronti della tifoseria granata e della città intera, rimuovendo dal proprio team il calciatore, e che le istituzioni cittadine, al di là delle recenti timide dichiarazioni, mostrino “sul campo” la solidità dei valori che propugnano a parole ed esercitino finalmente la loro funzione di indirizzo politico a beneficio della cittadinanza, contribuendo con decisione al risultato atteso.
Il caso Portanova ci ricorda in modo emblematico cosa succede quando la volontà di una donna viene ignorata e ci conduce dritto dritto a un tema caldo e di grande attualità politica per tutti i movimenti femministi e transfemministi.
Mentre i giudici di Firenze confermano una condanna per stupro di gruppo, al Senato si discute ancora su come riscrivere il reato di violenza sessuale.
La senatrice Bongiorno ha presentato una riformulazione che cancella la parola “consenso” e la sostituisce con il principio della “volontà contraria”, operando uno slittamento non di natura tecnica, ma prettamente politica, che consiste nello spostare ancora una volta il peso della prova su chi la violenza l’ha subita.
Significa chiedere alle donne di dimostrare di essersi opposte, di aver detto no in modo sufficientemente chiaro, sufficientemente visibile.
Come se il silenzio, il freezing, la paura, il non riuscire a parlare non fossero già una risposta. In un paese in cui più di 6 milioni di donne hanno subito violenze fisiche e sessuali, con percentuali di mancata denuncia che arrivano fino all’80%, scegliere il modello del dissenso significa complicare ulteriormente un percorso giudiziario già di per sé devastante.
Senza consenso è violenza, se ne facciano una ragione i portanova di turno e i loro sostenitori.
SARA con noi!
Non Una Di Meno Reggio Emilia
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