L’ultimo rapporto della Fondazione GIMBE sui pediatri di libera scelta (PLS) scatta una fotografia nitida e preoccupante: l’Italia sta progressivamente perdendo i medici dei più piccoli.
La carenza attuale è figlia di una totale assenza di programmazione che dura da anni.
Spesso si sente dire che la colpa è del numero chiuso alla facoltà di Medicina, ma è un errore.
I dati dicono che in Italia abbiamo 4,7 medici per mille abitanti, contro una media UE di 4,3.
I medici ci sono; mancano gli specialisti.
Il nodo risiede nel vecchio recepimento delle normative europee sui contratti degli specializzandi.
L’Europa ha imposto che chi frequenta la scuola di specializzazione lavori 30-36 ore settimanali in reparto e riceva un compenso adeguato.
Tuttavia, non essendoci state risorse sufficienti per finanziare queste borse di studio, le università hanno dovuto tagliare i posti: strutture che prima sfornavano 10 o 20 specialisti l’anno sono passate a produrne 2 o 3 e nel frattempo i medici anziani sono andati in pensione, creando il vuoto attuale.
Nonostante la Regione Emilia-Romagna abbia recentemente stanziato fondi per circa 50 borse aggiuntive, i tempi della formazione non coincidono con l’urgenza del territorio.
La specializzazione dura 5 anni e non basta aumentare i posti oggi per avere il medico in ambulatorio domani perchè chi inizia oggi sarà operativo solo tra cinque anni.
Il sistema di remunerazione dei pediatri si basa sul numero di assistiti.
Nelle zone marginali, i numeri dicono che un professionista non potrebbe autosostenersi.
Nessuno viene a fare il pediatra di libera scelta in montagna per avere 30 o 50 bambini in tutto, perché non ci pagherebbe nemmeno le spese di gestione.
Per garantire l’assistenza, i pochi medici rimasti si fanno carico di spostamenti enormi.
Io stesso, per andare incontro alle famiglie dell’alto crinale ed evitare che dovessero scendere tutte fino a Castelnovo ne’ Monti, ho aperto un secondo ambulatorio a Busana una volta alla settimana, ma lo faccio per spirito di servizio personale.
Il vero nodo sarà il ricambio generazionale: Io tra non molto andrò in pensione e trovare dei sostituti sarà quasi impossibile perché la montagna non è un’area appetibile.
Oggi un giovane specialista ha una scelta amplissima e preferisce giustamente zone più comode, collegate e strutturate.
Per superare l’isolamento delle aree interne, secondo il medico, serve una svolta politica radicale.
I sindaci e gli amministratori locali dovrebbero fare fronte comune e pretendere agevolazioni concrete, sia economiche che professionali, per i medici che scelgono i distretti montani.
Solo così si può pensare di stabilizzare qualcuno sul territorio dove l’assistenza nelle aree interne e montane è il vero grande problema della sanità italiana.
Nel dibattito si inserisce anche la discussa bozza di riforma che vorrebbe estendere la presa in carico obbligatoria dei pediatri fino ai 18 anni (oggi il limite è 14).
L’idea in sé non è nuova ed è anche sensata sul piano clinico: negli Stati Uniti l’età pediatrica arriva ai 18 anni da tempo, perché molte problematiche adolescenziali e post-adolescenziali sono di pertinenza specialistica.
Tuttavia, in Italia esiste già una zona grigia: dai 6 ai 14 anni i genitori possono già scegliere di iscrivere il figlio al medico di medicina generale (il medico degli adulti).
Questa opzione viene sfruttata soprattutto nelle zone periferiche o montane dove il pediatra è fisicamente lontano.
Spostare il limite a 18 anni, secondo il medico, accende più che altro una disputa di natura economica e sindacale tra categorie.
La verità è che portare l’età pediatrica a 18 anni è una proposta anche fattibile, ma rischia di essere l’ennesimo annuncio.
Continuiamo a inseguire soluzioni sulla carta senza risolvere il problema a monte: la mancanza assoluta di specialisti.
Questo il commento del Dr. Carlo Boni pediatra in servizio nella montagna reggiana.
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